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Friuli Venezia Giulia: le olive italiane che crescono al nord

di Natascia Riggi

Una terra di confine spesso è in grado di esprimere punte di eccellenza. Il Friuli Venezia Giulia, zona di confine per antonomasia, è l’area più settentrionale in cui si coltiva l’ulivo ed è nei climi più freddi che il livello di acido oleico nel frutto è massimo. L’olio di questa regione, quindi, benché poco noto a livello nazionale, ha ampie potenzialità, molte delle quali ancora inespresse.

In Friuli Venezia Giulia attualmente sono quattrocento gli ettari piantati a uliveto, con una crescita che registra trenta ettari di nuovi impianti ogni anno. La produzione regionale complessiva ammonta a ottomila quintali a raccolto, ma va tenuto presente che soltanto metà degli uliveti esistenti sono in piena produzione. Quelli più recenti, infatti, necessitano di almeno una decina di anni prima di entrare in piena produzione.

Gli impianti d’olivo sono situati principalmente nella zona costiera e del Carso triestino, estendendosi nell’area collinare e pedecollinare del Cividalese e del Pordenonese, tuttavia l’olivo è presente su tutte le province della regione. Sebbene ci troviamo al limite nord di coltivazione della specie, le superfici destinate alla coltivazione d’olivo risultano essere ad alta vocazione territoriale: ciò comporta che in alcune annate particolari le piante risentono maggiormente dei danni da freddo.

Le aziende agricole professionali con coltivazione di olivo sono circa un centinaio e per una quindicina l’olivo rappresenta una quota sostanziale dell’attività agricola. Si tratta pertanto di una produzione limitata e con una forte frammentazione produttiva, destinata alla vendita diretta dal momento che mancano forme organizzate di commercializzazione del prodotto.

I punti di forza dell’olivicoltura regionale sono: la presenza di ottime varietà locali (come la “biancheria” e la “carbona”), l’elevata qualità delle produzioni collocate in siti vocati e al limite nord dell’areale di coltivazione, la presenza di una DOP riconosciuta (DOP “Tergeste”), la diffusione della vendita diretta, la vicinanza di grossi centri urbani e di complessi turistici come potenziali canali commerciali, l’ecocompatibilità delle tecniche colturali e la facilità di passaggio all’agricoltura biologica, l’integrazione nell’offerta dei panieri aziendali e regionali, il buon impatto degli oliveti in termini di paesaggio e presidio del territorio e coltivazione utile per il recupero di terreni marginali o abbandonati.

I punti di debolezza, invece, sono la bassa produzione unitaria e gli elevati costi di coltivazione, la possibilità di eventi climatici eccezionali con danni da freddo, la frammentazione degli impianti olivicoli, l’onerosità delle sistemazioni idraulico-agrarie dei terreni collinari e carsici, la scarsa diffusione del metodo di produzione biologico, la limitata assistenza tecnica e l’elevata età media degli imprenditori.

In tutta la regione la  principale  varietà coltivata è la “bianchera”, in lingua slovena “Belica” una pianta molto rustica caratterizzata da un’elevata vigoria e da lunghi rami fruttiferi con portamento assurgente che, in caso di mancanza di potature, tendono ad allungarsi verso l’alto, rendendo così scomposta la chioma. Il golfo di Trieste, all’estremità del bacino dell’Adriatico, rappresenta la parte più settentrionale e continentale di tutto il Mediterraneo ed è caratterizzato da una naturale protezione contro i venti freddi provenienti dalla pianura danubiana costituita dalle Alpi e Prealpi orientali e da un’azione mitigatrice piuttosto limitata del mar Adriatico.

L’olio extra vergine di oliva a denominazione di origine protetta “Tergeste” è un olio dal colore giallo limpido con riflessi verdi, dall’odore fruttato fresco d’oliva verde e dal sapore robusto con note amare e piccanti, con un gradevole retrogusto di carciofo.

 

 

 

 

 

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